Orientalismo: la grande illusione che ti addormenta

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ALESSIO STORTINI

C’è un falso mito che, più di altri, negli ultimi anni ha contribuito a un grande addormentamento, proprio mentre si credeva di stare praticando il risveglio, la pace, il benessere. È un’illusione raffinata, sottile, difficilmente riconoscibile, perché si riveste di spiritualità. È l’idea che tutto sia valido ovunque, allo stesso modo, che ogni pratica, ogni via, ogni metodo possa essere trapiantato indistintamente in ogni luogo e in ogni coscienza senza perdere forza.

Eppure esiste una legge naturale, semplice, evidente, che raramente viene osservata davvero:

Tutto ciò che viene partorito in un luogo, è adatto solo per quel luogo.

E questa è verità oggettiva.

Non troviamo le stesse specie animali e vegetali in ogni parte del mondo. Ogni terra ha la sua flora, la sua fauna, il suo ritmo, la sua vibrazione. Ciò che nasce in un luogo nasce in risposta a quel luogo: alla sua luce, alla sua temperatura, al suo clima, alla sua energia.

Il Padre, Dio, l’Universo — chiamalo come preferisci — non sbaglia mai. Vedi forse uccelli nel mare o pesci nel cielo? Vedi un fiore che sboccia dove non può vivere o un albero che dà frutto dove non può radicare? No. Tutto è straordinariamente perfetto. La vita adatta sempre le forme alla frequenza del luogo in cui devono manifestarsi. E così è anche per l’essere umano.

Noi non viviamo solo dentro un Paese, dentro una nazione o una cultura. Viviamo dentro una coscienza collettiva che impregna ogni cosa: i pensieri, i comportamenti, le relazioni, le parole, persino il nostro modo di respirare. Il “luogo” non è solo esterno, geografico. È una trama invisibile che ci attraversa e che, inconsapevolmente, ci forma. Il luogo è la coscienza di quel luogo. E la coscienza di un luogo è il riflesso di tutto ciò che lo abita: la cultura, l’educazione, i sistemi di pensiero, le strutture sociali, la memoria energetica dei popoli.

Crescere in Oriente o in Occidente non è una semplice differenza geografica. È un’esperienza spirituale completamente diversa ed è fondamentale che tu lo comprenda una volta per tutte!

Noi viviamo in città che non dormono, immersi in stimoli continui, in una cultura che esalta la produttività, il fare, il risultato, la velocità. L’occidentale respira un campo energetico in cui il silenzio viene spesso interpretato come vuoto, la lentezza come perdita di tempo, la profondità come debolezza.

Ed è proprio per questo che, quando importiamo pratiche nate in un contesto completamente diverso, molto spesso esse hanno scarsa efficacia e non producono trasformazioni reali ma solo illusorie. Perché quelle pratiche non appartengono alla forma di coscienza del luogo in cui vengono trapiantate. È come piantare un cactus sulle Alpi o un abete alpino nel deserto: entrambi possono esistere solo nel loro ambiente.

Ogni cosa fiorisce dove è nata per fiorire.

Le pratiche orientali, come ogni altra via sacra, contengono semi di verità eterna. Ma il modo in cui quei semi devono essere coltivati deve necessariamente adattarsi alla coscienza del luogo in cui germogliano. Se questo non accade, la pratica perde radice, diventa imitazione, il gesto diventa meccanico. E ciò che nasceva come via di risveglio si trasforma nell’ennesima pratica, nell’ennesima fuga, nell’ennesima maschera spirituale.

La crescita interiore non è copiare qualche esercizio giocando a fare il piccolo guru. È comprendere come un principio universale può diventare vivo e reale all’interno del luogo in cui la tua anima ha scelto di incarnarsi per fare questa specifica esperienza spirituale.

L’Occidente ha bisogno di un lavoro su di sé che respiri con il suo ritmo. Ha bisogno di una via che insegni la presenza dentro il movimento, la pace dentro l’azione, la consapevolezza dentro la vita quotidiana. Ha bisogno di integrazione, non di fuga. Per te che vivi in Occidente, il vero lavoro interiore non è abbandonare il mondo per un’ora al giorno credendo che in quel momento tu stia trasformando la tua coscienza. È imparare ad abitare il mondo con coscienza.

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La tua anima non ha scelto a caso il luogo in cui incarnarsi. Ha scelto il luogo perfetto per fare l’esperienza che le serve in questa vita. Nulla è accidentale. Nulla è sbagliato. Ciò che è sacro in Oriente prende una forma. In Occidente ne prende un’altra. Ma la radice è la stessa.

L’essenza non cambia. Cambia il modo in cui viene incarnata.

Tutto ciò che viene partorito in un luogo, è adatto solo per quel luogo.
E questo non è un limite. È perfezione.

La vita non crea impacchettamenti uguali per tutti. La vita crea forme perfettamente armoniche a ciò che le circonda. Ogni luogo genera la sua via, ogni ritmo la sua forma, ogni essere umano il suo linguaggio perfetto per ritrovare se stesso.

Continuando a parlare di questo concetto fondamentale per il vero cammino verso se stessi, c’è un’ altra idea profondamente radicata, oggi, che raramente viene messa in discussione: l’idea che l’Oriente abbia un livello di coscienza più elevato rispetto all’Occidente, semplicemente perché ha più pratiche. Segue più rituali. Ha più tradizioni spirituali visibili.
Ma questa idea, per quanto diffusa, è completamente sbagliata.

Se osserviamo con lucidità e senza idealizzazioni, possiamo dire che il livello di coscienza medio nei paesi orientali è molto più basso rispetto a quello di paesi ad esempio come l’Italia.

E lo so bene che questa affermazione, le affermazioni che ho fatto in precedenza e quelle che farò, sono molto scomode e tante persone mi daranno contro e mi “metteranno in croce”, come già sta accadendo. Mi faranno perdere consensi, in tanti si allontaneranno da me. Ma questo non mi spaventa affatto. Io sono qui per portarvi delle verità che scorrono attraverso di me. Io sono un semplice strumento del Padre e chi si riconoscerà nelle mie parole, so che mi seguirà senza dubitare.

Probabilmente quello che dico e che dirò, sarà compreso davvero solo tra qualche centinaio di anni o forse più. Ma questo non lo rende meno vero.

E vi renderete conto di come quei popoli tanto idealizzati spiritualmente, cadranno nelle peggiori violenze nel corso dei prossimi decenni, perché il sistema, governato dalle forze oscure, sta mischiando le carte. Sta portando da noi “l’Orientalismo” e in Oriente “l’Occidentalismo”.

Poi, dato che si parla molto di “risveglio”, allora è bene che tu sappia che una persona veramente sveglia, si sente già al posto giusto e sa che quel posto gli fornisce i giusti strumenti per continuare ad elevare il suo stato di coscienza. Oggi il sistema, non a caso, fomenta molto gli strumenti Orientali in Occidente. E sai questo che segnale crea a livello inconscio? “Il mio posto non è qui.”

Perché una persona che non si sente nel posto giusto, non potrà mai trovare la forza necessaria per spogliarsi dalle gabbie invisibili della mente e tornare pienamente a se stesso, libero e nel benessere. Perché la sua energia sarà sempre rubata dal guardare altrove, alla nuova pratica, al nuovo “guru” che impacchetta ad arte un fare buonista e zuccherato, che si sposa perfettamente con l’idea che la folla ha della spiritualità o del lavoro su di sé in generale. Ed ecco che, inconsapevolmente continuerà a vivere come se la sua vita vera dovesse iniziare più avanti. Come se manchi sempre un pezzo. E mentre crede di essersi risvegliato, in realtà, si è creato solo un letto più comodo dove continuare a dormire.

Tutto questo, è uno degli inganni più profondi al giorno d’oggi, di cui nessuno parla.

Perché oltre a capirlo, poi ci vuole coraggio a dirlo.

Perché da questo momento potrei avere il 95% di chi fa, o per lo meno crede di star facendo un lavoro su di sé, contro di me. Ma mi è stato affidato il compito di “spaccare” tutte queste false credenze per rendervi davvero liberi da ciò che vi soffoca l’anima. Come Gesù nel tempio dinanzi ai farisei. E lo porterò avanti, costi quel che costi.

Oggi la situazione è peggiorata, perché i farisei non solo più solo coloro che compongono il sistema religioso-politico. Ma questo sistema oscuro sta trasformando in farisei anche coloro che si vogliono avvicinare alla verità. E lo fa, come a quei tempi, rendendo la spiritualità o il lavoro su di sé in generale, in una serie di impaccattamenti, di regole e pratiche confezionate da seguire. E oggi la cosa è più difficile da capire, perché viene fatto attraverso modi zuccherati di fare.

Allora ecco che, come a quei tempi, se arriva qualcuno che le fa saltare tutte in aria a colpi di verità, o di “Spada” – come diceva Gesù – come cani si scagliano contro, perché gli viene tolto l’osso che tanto li faceva stare bene.

Ricorda sempre e ancora una volta, che la tua vita può cambiare solo dentro la vita stessa e non con qualcosa che fai al di fuori un tot al giorno. Che il ritorno a sé, e quel “sé” è la tua anima, passa solo attraverso tutto ciò che affronti ogni giorno guardandolo in faccia con verità soprattutto verso di te. Che la tua coscienza o vibrazione, chiamala come preferisci, si eleva solo mettendo a frutto la tua autenticità al di sopra di ogni cosa, in ogni e dentro ogni situazione.

Ma ora torniamo a noi. Torniamo al perché sto dicendo che il livello di coscienza dell’Oriente è più basso.

Per capire questo punto bisogna fare un passo indietro e osservare come funziona la coscienza nei diversi momenti storici. Se guardiamo, ad esempio, al Vecchio Testamento, troviamo comandamenti durissimi, minacce, punizioni, immagini di un Dio severo. Per secoli si è pensato che tutto questo fosse frutto di un’idea primitiva o di un Dio punitivo. Ma non è così.

Quelle leggi non servivano a terrorizzare le persone. Servivano a contenerle.

Tanto più il livello di coscienza è basso, tanto più l’essere umano tende spontaneamente alla violenza, all’abuso, alla sopraffazione. Più la coscienza è bassa, più emergono atrocità. Quelle regole servivano a impedire che la società collassasse su se stessa. Erano argini che servivano a contenere la reattività esagerata e avviare le persone verso un altro salto di coscienza. Non punizioni divine.

Oggi ci scandalizziamo per la violenza del mondo contemporaneo, ma se guardassimo davvero la storia con onestà, ci renderemmo conto che la violenza odierna è nettamente inferiore rispetto a quella di pochi millenni fa. Il sistema mediatico amplifica, certo. Ma il livello medio di coscienza è salito. Anche se lentamente, anche se tra mille contraddizioni.

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Ora, questo stesso meccanismo possiamo osservarlo in molti paesi orientali. In molte di quelle realtà, ci sono popoli completamente allo sbando e basta poco perché le persone si sbranino letteralmente a vicenda. Non perché siano “cattive”, ma perché sono in quella fase evolutiva. E lì non troviamo il Vecchio Testamento come argine. Troviamo le pratiche.

Sono stati messi a sedere per essere sedati. Poi, certo, abbiamo avuto anche li dei saggi e si sono create delle comunità che hanno e stanno utilizzato quegli strumenti per iniziare a ragionare sull’esistenza e avvicinarsi all’anima. Va visto dunque come parte di un processo evolutivo della coscienza, che però non ha nulla a che vedere con l’attuale processo evolutivo Occidentale.

Infatti da noi il discorso è diverso. E per capirlo non serve andare lontano. Basta guardarsi intorno. Prendiamo l’Italia. In ogni angolo troviamo arte. Opere che non nascono dal fare meccanico, ma dal mentale superiore, dall’anima, da una connessione profondissima con il divino. Quelle opere non sono nate da una pratica. Non sono nate da una disciplina spirituale. Sono nate da una condizione naturale dell’essere.

Noi non abbiamo bisogno di pratiche per accedere al divino.
Ma già dalla nascita siamo permeati dalla coscienza creativa del luogo in cui siamo.

Quella connessione è sempre stata lì. Ed è talmente evidente che si manifesta in ogni forma d’arte: pittura, musica, architettura, poesia.

Mozart diceva: “le mie composizioni mi vengono come in sogno, complete. Io non faccio altro che trascriverle”, “quando mi trovo in uno stato favorevole, le idee mi arrivano in abbondanza. Un pezzo mi appare nella mente tutto insieme, come se fosse già finito” – poi disse ancora – le idee fluiscono meglio e più abbondanti. Non so da dove vengano né come arrivino: semplicemente ci sono”. Con queste parole, stava descrivendo esattamente quello di cui parlo.

Quelle opere sono autocoscienti. Ci nutrono. Ci nutrono perché sono impregnate di divino. Basta fermarsi davanti a un’opera autentica, basta ascoltare una musica che nasce da quella sorgente, per sentire qualcosa che ci riallinea, che ci ricorda chi siamo.

Questo perché quegli artisti erano nel mentale superiore. Erano a contatto con il divino.
Tutto ciò che viene creato da certi stati di coscienza, porta con se la vibrazione stessa di quello stato. Certe opere, sono delle informazioni che comunicano alla nostra coscienza. Ogni sinfonia, ogni dipinto, ogni scultura, ogni opera di vera arte in generale, ha la capacità di avvicinarci all’anima.

Basta passeggiare per le bellezze di Roma con uno sguardo innamorato verso le stesse, per farci aprire le porte del cuore al divino. Oppure portare gli occhi al cielo dentro la Cappella Sistina e lasciarsi nutrire dallo splendore dell’opera di Michelangelo. Andare agli Uffizi a Firenze e li dentro entrare dentro noi stessi, attraverso opere che senza parlare parlano all’anima. Ascoltare l’Aida, la Traviata, il Nabucco di Giuseppe Verdi per danzare con la luce che ti abita. E potrei continuare all’infinito.

Oh come vi stanno ingannando. Oh come vi stanno rendendo ciechi dinanzi alla verità in bella vista.

Oltre ad importare esperienze spirituali che non appartengono a questo luogo, osservate cosa sta facendo il sistema.

Siamo stati progressivamente allontanati dall’arte, dalla bellezza, dalla creatività. E qui bisogna specificare una cosa: creatività non significa diventare per forza pittori o musicisti. Creatività significa mettere a frutto il Creatore che ci abita. Significa esprimere pienamente ciò che siamo, significa essere pienamente autentici. Vivere in modo autentico. Lasciare che quella bellezza interiore trovi forma nella vita. Perché ogni volta che siamo autentici, ci facciamo arte.

Il sistema, però, ha fatto esattamente il contrario.

Ha distrutto l’arte e in maniera inconscia, sta distruggendo l’espressione della propria autenticità, sostituendola sempre di più con un pensiero comune, moralista e buonista.
Sta distruggendo anche la possibilità di vivere di creatività e l’idea stessa che l’espressione autentica possa essere sostenuta.

Osserva bene ciò che accade oltre il visibile. La tassazione da strozzini, burocrazia da circo e governi che stanno depredando il popolo, non intacca solo l’aspetto lavorativo-economico, quello è solo un effetto nel mondo fisico. Il vero obiettivo, è non dare modo al popolo di esprimersi in tutta la sua autenticità.

Perché un essere pienamente espresso, non ha bisogno di alcun governo che eserciti il potere. Perché una persona che si esprime appieno, è già in pieno controllo di sé e sarebbe solo portatrice d’amore, di armonia, di abbondanza e di conseguenza creerebbe amore, armonia e abbondanza. Ma questo non piace affatto al sistema impregnato di forze oscure. Perché se insegnassimo l’amore sin dal primo giorno di scuola, il sistema di potere morirebbe.

Questo però, non deve essere visto per scagliarsi contro qualcuno, perché si farebbe solo il gioco di quelle forze. Io stesso, non sono qui per dire di non “dare a Cesare quel che è di Cesare”, ma per insegnare l’amore. Perché con l’amore finirebbe tutto oggi stesso, senza bisogno di combattere niente e nessuno. Ma ricorda bene una cosa: amore non è buonismo. Amore è anche e sopratutto aprirvi gli occhi alla verità.

Ci vorrebbe talmente poco per cambiare tutto, eppure siamo ancora profondamente ciechi e sordi.

Immagina se ogni persona decidesse di essere pienamente se stessa e quindi tornasse a stare bene, innamorata della vita. Immagina poi se questa persona aiutasse una sola persona a fare lo stesso. Ci troveremo in un attimo ad essere tutti aiutanti e contemporaneamente aiutati. Così finirebbe oggi stesso il male nel mondo.

Ma ti fanno lottare addirittura contro l’altro per vivere e vieni risucchiato dalla lotta stessa. Chi è risucchiato dalla lotta, non ha più tempo per pensare a se. Chi non ha più tempo per pensare a se, si dimentica di se. Chi si dimentica di se, perde la propria autenticità, quindi la propria creatività e si spegne.

Distruggere l’autenticità, quindi l’atto creativo, non è forse il modo perfetto per spegnere un popolo? Perché quando togli la creatività e l’autenticità, togli l’anima. Quando una persona non può esprimere ciò che è, ciò che sente, ciò che la attraversa, quella energia si comprime. E quando si comprime abbastanza a lungo, nasce la depressione.

La depressione è spesso verità non espressa.

E un paese depresso è un paese facilmente manipolabile. Governabile. Controllabile.

Ora osserva un’altra cosa, senza paura di vedere: quali sono i due paesi che hanno prodotto, da sempre, una quantità immensa di arte, bellezza, espressione del divino? Italia e Grecia.

E quali sono i paesi più colpiti, più affossati, più schiacciati dal sistema negli ultimi decenni?
Italia e Grecia

Non è un caso.

Il sistema, impregnato di forze separative, lavora sempre nello stesso modo: spegne la creatività, separa l’essere umano dalla sua fonte, lo distrae, lo anestetizza. E come lo fa oggi in Occidente? Lo fa anche importando pratiche che non appartengono alla nostra verità. Pratiche che ci portano lontano dalla nostra natura, lontano dalla nostra espressione, lontano da quella connessione che da secoli e secoli, attraverso l’evoluzione della coscienza in questo luogo, invece è spontanea.

Noi, soprattutto in Italia, siamo seduti sulla più grande forma di bellezza che esista al mondo. Siamo immersi in un campo di coscienza che è già, di per sé, una via spirituale. Ma per accedere a questo non dobbiamo fuggire dalla vita. Dobbiamo tornarci dentro, con verità.

E fino a quando continueremo a cercare questa verità altrove, continueremo ad allontanarci proprio da ciò che ci renderebbe pienamente vivi e liberi dal male.

Prima di continuare, voglio condividere con te un messaggio che mi è arrivato da Letizia, una ragazza che sta facendo il percorso con me. Le sue parole raccontano in modo semplice e diretto ciò di cui stiamo parlando da tutto questo capitolo. Il suo messaggio dice così:

“Io ti ripeto che mi hai rimessa in piedi nella vita vera! Mi rivedo molto in quello che dici, perché anche io cercavo qualche pratica, qualche meditazione, visualizzazione, esercizi vari o qualche scorciatoia simile sperando che potessero cambiare le cose… Le ho provate davvero tutte… ma appena succedeva qualcosa di scomodo, crollavo di nuovo… Con te ho capito che il vero lavoro su di sé si fa dentro le situazioni, non fuori. E lo sto vedendo anche nelle cose che prima mi mandavano in tilt… È proprio lì che sto cambiando, perché è lì che ho imparato a mettere in pratica tutto… Allora, ieri mi è venuta in mente questa frase: la mia vita sta cambiando perché sto cambiando mentre la vivo.”

Questa frase finale mi ha colpito profondamente:
“La mia vita sta cambiando perché sto cambiando mentre la vivo.”

In queste parole c’è tutto il senso del vero lavoro interiore. Non un lavoro da fare in uno spazio separato, non un esercizio da applicare per un’ora al giorno, non una tecnica da usare quando stiamo male. Ma un cambiamento che accade dentro la vita mentre la vita accade.

Questo significa aver compreso davvero di cosa stiamo parlando. Significa aver capito che il vero lavoro su di sé non si fa fuori dalle situazioni, ma dentro le situazioni. È lì che l’ego si mostra. È lì che le vecchie reazioni emergono. È lì che le ferite si attivano. Ed è proprio lì, e non altrove, che avviene la trasformazione.

È questo che ripeto a chiunque fa il percorso con me: non si cambia fuggendo dalla vita, si cambia abitandola con coscienza. È da dentro la vita che trasformiamo noi stessi. Ed è solo trasformando noi stessi dentro la vita che anche la vita, come naturale conseguenza, inizia a risponderci in modo diverso.

Quando il cambiamento non è più qualcosa che cerchi nel futuro, ma qualcosa che incarni nel presente, allora non sei più in attesa che la vita migliori.
Stai già diventando ciò che la vita aspettava da te.

“Aspetta, aspetta un attimo Alessio! Ma anche Gesù era in Oriente”. Si caro lettore e cara lettrice, non a caso era li. Il Cristo attraverso Gesù era li (e del Cristo ne parleremo nei prossimi capitoli) per dire che quella spiritualità confezionata – come lo era anche dalle nostre parti – seppur servita per dare dare dei punti di riferimento spirituali, è destinata a finire per aprirsi ad essere un tutt’uno con lo Spirito, nonché con la nostra verità che cerca espressione nel mondo della materia.

Da noi questo processo è già avviato da secoli, ma ci stanno confondendo di nuovo.

“I discepoli interrogarono Gesù e gli dissero: Vuoi che noi digiuniamo? E come dobbiamo pregare e fare l’elemosina? E quale dieta dobbiamo seguire? – Gesù rispose: Non dite menzogne; non fate ciò che voi stessi odiate. Perché tutte queste cose sono manifeste davanti al cielo. Non vi è nulla di nascosto che non venga un giorno rivelato e nulla di coperto che rimanga senza divenire scoperto”. Vangelo di Tommaso.

In questo passo del Vangelo di Tommaso, c’è racchiuso quello di cui sto parlando.

I discepoli gli chiedono quale pratica devono fare. Gesù gli dice chiaramente di smetterla di continuare a fare cose solo perché così pensano di essere più “spirituali”. Gli dice che tutta questa illusione cadrà dinanzi alla loro stessa verità. Verità che attraverso quelle pratiche, che stanno diventando per loro l’ennesimo inganno dell’ego, stanno soffocando, ma che prima o poi verrà a galla. Gli stava dicendo che è giunto il momento di passare al livello successivo. Che i tempi iniziano ad essere maturi per farlo. Gli stava dicendo che se continuavano per quella via, prima o poi la vita, Dio, il Padre, l’Universo, li avrebbe messi in condizioni di fermarsi per forza.

E questo lo posso osservare anche io in tutte quelle persone che mi hanno raccontato che dopo averne provate di ogni, a un certo punto esplodono dall’interno. Questo perché prima o poi, l’anima spazza via tutto ciò che diventa parte dell’ego.

Come dicevo prima, in qualche modo è comunque utile aver attraversato certe fasi, perché sono anch’esse parte del processo evolutivo. Quando si evolve davvero, le pratiche da fare un tot al giorno si abbandonano perché si comprende che quello non è lavoro su di sé.

Non solo Gesù. C’è un altro Orientale che non le mandava di certo a dire, proprio perché, non a caso, aveva vissuto per molti anni in Occidente prima di tornare a parlare in Oriente.


Costui è Jiddu Krishnamurti e queste sono le sue parole:

1 – “Se hai intenzione di meditare, non sarà meditazione. Se assumi deliberatamente un atteggiamento, una posizione, per meditare, allora la meditazione diventa un giocattolo, un trastullo della mente. Se decidi di districarti dalla confusione e dall’infelicità della vita, allora diventa un’esperienza dell’immaginazione — e questa non è meditazione.”

2 – “La meditazione non è la semplice esperienza di qualcosa al di là del pensiero e del sentimento di ogni giorno, né la ricerca di visioni e beatitudini. La meditazione non è fuga dal mondo; non è un isolarsi e chiudersi in sé, ma piuttosto la comprensione del mondo e delle sue vie.”

3 – “La meditazione non è un’attività dell”isolamento, ma l’azione nella vita quotidiana che esige cooperazione, sensibilità ed intelligenza. Senza il fondamento di una vita retta la meditazione diventa una fuga e non ha alcun valore. Una vita retta non è l’obbedienza alla morale sociale, ma la libertà dall’invidia, dalla cupidigia e dalla ricerca del potere — che generano inimicizia. La libertà da questi mali non passa attraverso la consapevolezza che di essi si acquista mediante l’autoconoscenza. Senza conoscere le attività del sé la meditazione diviene esaltazione dei sensi e perde ogni significato.”

4 –  “Meditare non è ripetere parole, sperimentare visioni o coltivare il silenzio. Questa è una forma di autoipnosi. Meditare non è chiudersi in un pensiero ideale, nell’incanto del piacere. Se tu dici: ‘Oggi comincerò a controllare i miei pensieri, a sedere quieto nella posizione del meditare, a respirare regolarmente’ — allora sei preso nei trucchi con cui inganniamo noi stessi. La meditazione non è l’essere assorti in qualche idea o immagine grandiosa … La mente meditativa è vedere, osservare, ascoltare senza la parola, senza commento, senza opinione — attentamente e costantemente — il movimento della vita in ogni suo rapporto.”

5 – “La meditazione non appartiene a gente come questa, né ai guru. Non è per il cercatore, perché costui trova ciò che vuole, e il conforto che ne deriva è la morale delle sue paure. Per quanto faccia, l’uomo di credenza o di dogma non può entrare nel regno della meditazione.”

6 –  “La meditazione necessita della libertà — che è totale negazione della morale e dei condizionamenti sociali — la libertà viene prima della meditazione, ne rappresenta il primo movimento. Non è una pratica pubblica dove in molti si uniscono e offrono preghiere. Sta a sé ed è sempre al di là dei confini della condotta sociale. Infatti la verità non è nelle cose del pensiero o in ciò che il pensiero ha costruito e chiama verità. La negazione totale di questa struttura del pensiero è la realtà della meditazione. La meditazione è un movimento incessante. Non si può mai dire che si sta meditando, o dedicare un periodo di tempo alla meditazione. La meditazione non è ai tuoi ordini. La sua benedizione non ti viene perché conduci una vita per così dire sistematizzata o segui una particolare routine o morale. Viene solo quando il tuo cuore è veramente aperto. Non aperto dalla chiave del pensiero, non reso sicuro dall’intelletto, ma quando è aperto come il cielo senza nuvole; allora viene senza che tu lo sappia, senza che tu la chiami. Ma non puoi mai custodirla, possederla, adorarla. Se cercherai di farlo, non verrà più, ti eviterà. Nella meditazione tu non sei importante, non occupi un posto; la sua bellezza non sei tu, la sua bellezza è in sé. E non puoi aggiungervi nulla.”


Il passo del Vangelo di Tommaso, e le parole di Krishnamurti, non solo ci aprono gli occhi alla verità, ma ci conducono direttamente a quanto di più ridicolo sta accadendo negli ultimi anni: la spiritualità è diventata un moda.

Negli ultimi anni è accaduto qualcosa di sottile e insieme ridicolo: la spiritualità, appunto, è diventata una moda. Non più solo una ricerca silenziosa, intima, profonda, ma un’estetica, un linguaggio, un modo di apparire. Si è iniziato a “sembrare spirituali”. A vestirsi in un certo modo, a parlare in un certo modo, a fare determinati esercizi, posizioni, rituali, a esibire simboli, frasi, immagini. Tutto questo ha creato una nuova identità collettiva: quella del “risvegliato”.

E così, quasi senza accorgersene, la spiritualità è scivolata dal cuore all’immagine. Dall’essere al mostrare di essere migliori di prima.

Si è iniziato a parlare di coscienza ovunque, ma sempre più raramente a viverla davvero. Si è iniziato a chiamare “lavoro interiore” una sequenza di azioni esteriori. Si è iniziato a credere che bastasse fare qualche esercizio, assumere una certa postura, usare un certo vocabolario, frequentare certi ambienti, per “essere su un altro livello”.

Ma ciò che è nato come ricerca di verità si è trasformato, per molti, in una nuova identità da indossare.

E questa è una delle forme più raffinate dell’ego.

L’ego, quando non può più nutrirsi apertamente di potere, denaro, successo o controllo, cambia maschera. Non scompare. Si traveste. E il travestimento più seducente che ha trovato in questo tempo è proprio quello della spiritualità. Nasce così una nuova forma di ego, più sottile, più silenziosa, più pericolosa: l’ego spirituale.

L’ego spirituale è forse la forma più grande di addormentamento, perché si crede di essere svegli. È la più grande trappola, perché si presenta come liberazione. È la più grande illusione, perché utilizza il linguaggio della verità per continuare a difendere l’identità.

Ci si identifica con la pratica. Ci si identifica con il ruolo di cercatore. Ci si identifica con l’immagine del risvegliato.

E tutto questo non fa che creare un nuovo personaggio, più raffinato, più seducente, più accettabile socialmente, ma pur sempre un personaggio.

La spiritualità diventa allora un abito da indossare. Una posa da mantenere. Un modo di apparire. Si parla di luce, ma si evita l’ombra. Si parla di amore, ma si fugge il dolore. Si parla di presenza, ma si resta identificati con l’immagine di chi è presente.

È qui che la moda della spiritualità mostra il suo volto più pericoloso: quando trasforma la via del risveglio in un nuovo modo di apparire.

E mentre si crede di lavorare su di sé, in realtà si sta solo nutrendo una nuova struttura dell’ego. Più elegante, più sottile, più resistente perché si sente “giusta”. Ma l’ego, anche quando si veste di luce, resta ego.

Il vero lavoro interiore non ti rende riconoscibile. Ti rende invisibile a ogni bisogno di apparire.

La vera spiritualità non ti costruisce un’identità nuova. Ti libera da ogni identità.

Per questo oggi assistiamo a una delle forme più grandi di confusione collettiva: si parla sempre di più di risveglio, ma si pratica sempre meno la verità. Si producono infinite tecniche, ma si resta incapaci di stare con se stessi, nel mondo e di affrontare a viso aperto le difficoltà. Si moltiplicano i rituali, ma si fugge la vita. Si indossano simboli sacri, ma si resta addormentati dentro nuove immagini costruite.

L’ego spirituale è l’ultima difesa dell’identità prima della resa. È il tentativo estremo di “salvarsi” senza morire a se stessi. È l’illusione finale che permette all’ego di continuare a esistere anche dentro il linguaggio del risveglio.

Ciò che è vero non segue le mode, nessun impacchettamento. La verità non si veste. Si vive.


Ma non finisce qui. Questa moda sta creando “stitichezza spirituale”.

Negli ultimi anni si è creata una narrazione grottesca su come dovrebbe essere una persona spirituale. Oggi si crede che una persona spirituale debba essere in un certo modo: sempre zuccherata, sempre morbida, sempre composta. Una persona che non dice parolacce, che non si arrabbia mai, che non alza mai la voce, che non dice mai cose scomode, che non disturba, che non scuote.

E questa, ancora una volta, è un’idea completamente distorta della spiritualità.

Perché, inseguendo questo modello finto, nasce quella che possiamo chiamare senza mezzi termini la stitichezza spirituale. Si reprime tutto credendo di stare “gestendo”. Ma non si sta gestendo proprio niente. Si sta solo reprimendo. Si stanno tappando emozioni, impulsi, verità interiori, in nome di un’immagine ideale di come “dovrebbe” essere una persona spirituale.

Ci si controlla.
Ci si censura.
Ci si addomestica.

E poi si dice: “Sto lavorando su di me”.
No. Ti stai spegnendo.

E così si cade dritti nella trappola dei guru di oggi: tutti impacchettati nello stesso modo, con la stessa voce morbida, lo stesso sorriso plastificato, lo stesso linguaggio buonista, la stessa posa rassicurante. Sembrano tutti usciti dallo stesso stampo. E questo non risveglia nessuno. Questo addormenta.

Perché la vera spiritualità non è anestesia. È scossa.

La vera spiritualità non ti rende più “composto”. Ti rende più vero.

La spiritualità, prima di essere pace, è risveglio. E il risveglio non comincia mai con una carezza. Comincia sempre con una ribellione interiore. È l’anima che inizia a ribellarsi a tutte le maschere che hai indossato fino a oggi. È l’anima che comincia a dire: “Questo non sono io. Questo non mi appartiene. Questa situazione non mi rappresenta più.”

È l’anima che si ribella a relazioni che non le appartengono. A lavori che la spengono. A ruoli che la soffocano. A idee che la imprigionano.

Il risveglio è un fuoco che arde. Non una pratica. Non una postura. Non una parolina zuccherata.

E Gesù lo disse in modo chiarissimo, senza alcun buonismo:

“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione” (Luca 12:49-51)


Il questa prima parte “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!”, viene spiegato questo concetto: Questo fuoco è il fuoco dello Spirito che bussa alla tua porta, è il fuoco dell’anima che ti richiama a se, è un vero e proprio Battesimo di fuoco.

Il risveglio infatti nasce da una ribellione interiore. Ribellione nel senso che sentiamo divampare in noi una verità che non può essere più taciuta, una verità che vuole bruciare le maschere, che vuole bruciare tutto ciò che ti sei costretto ad essere fino a quel momento per compiacere qualcuno o il mondo in generale, una verità che vuole farti uscire da situazioni che sai non fanno più per te, affinchè tu possa finalmente liberarti da tutto quello che ti soffoca. Liberarti anche da pensieri ed emozioni pesanti, che chissà da quanto tempo sono li a condizionare la tua vita.

Poi perché dice “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione” nella seconda parte? Perché come al solito, chi parla di risveglio in modo serio e con ardore e verità, non veniva visto bene neanche a quei tempi. Perché c’erano i Farisei impacchettati nei loro rituali, mentre Gesù era il vero risvegliato e faceva capire a tutti che certi impacchettamenti erano aria fritta!

Allora gli si scagliavano contro e gli si scagliavano contro anche le persone che pensavano di capire, perché pensavano di essere sulla via del risveglio, ma erano solo ancora più annebbiati da quelle “guide cieche” (come diceva Gesù).

Poi, sempre in questo passo del Vangelo, diceva che non era venuto a portare pace. Ma quel è il senso di questo passaggio in questa frase?. Qui spiegava che non era venuto a portare una finta pace, ossia quella buonista, quella del rifugiarsi in qualcosina da fare e in una nuova maschera che ti fa sentire migliore. Ma la vera Pace. Quella che però raggiungi sono se sei disposto a far ardere quel fuoco che ti spoglia finalmente di tutto ciò che non sei. Quella che se sei disposto a dare voce nella vita a quel fuoco, ti ridona a te stesso ossia alla tua anima e ti fa manifestare in tutta la tua meravigliosa pienezza, bellezza.

Però questa cosa “separa”, diceva. In che senso separa. Nel senso che non tutti sono pronti a sentirsi dire in faccia queste verità, come forse anche chi leggerà questo libro. Allora chi non è pronto alla luce, al fuoco della verità, si brucia, ti dà del pazzo, dello stupido oppure scappa via. E questo è quello che succede anche nella vita in generale. Quando siamo pienamente autentici e senza maschere che fanno da filtro, c’è che ti da del pazzo, dello stupido, chi cerca di farti sentire in colpa, di farti sentire sbagliato e chi si allontana.

Ecco perché parlava di “separazione” in questo passaggio. Però è anche vero che questa “separazione” in questo caso è un vera e propria spoliazione anche nel mondo fisico. Perché prima, attraverso il lasciar divampare quel fuoco, ossia iniziare ad ascoltare e scegliere di vivere la nostra verità interiore, iniziamo a vedere sempre di più ciò che siamo. Poi, questa autenticità ci spoglia anche all’esterno. Ci spoglia da persone e situazioni che non fanno più per noi, per fare spazio a tutto ciò che è realmente in armonia con noi.

Gesù non è venuto a rendere le persone più educate per come intende il mondo della morale. È venuto a portare conoscenze che potessero riaccendere la fiamma interiore, quella fiamma che brucia le illusioni, le strutture false, le identità costruite, tutto ciò che non sei. È un fuoco che distrugge le maschere, non che le leviga.

Perché solo quando quelle maschere bruciano, tu puoi tornare a essere pienamente te stesso.

Noi non siamo qui per diventare tutti uguali. Siamo qui per esprimere al massimo la nostra autenticità.

Siamo otto miliardi. Figurati se la spiritualità è un impacchettamento standard uguale per tutti. Perché spiritualità non significa comportarsi tutti nello stesso modo. Spiritualità significa mettere a frutto lo Spirito, cioè la verità che abita ognuno di noi, con il proprio carattere, il proprio temperamento, la propria voce, il proprio modo di essere.

Le leggi universali sono uguali per tutti, sì. Ma la loro incarnazione non lo è.

Ogni luogo è permeato dalla sua coscienza. Ogni persona modella quella coscienza attraverso la propria verità. O almeno dovrebbe.

Ma fino a quando continuiamo a credere a queste cavolate — al modello della “persona spirituale”, alla maschera del risvegliato mansueto, all’idea che la spiritualità sia quiete addomesticata — non facciamo altro che allontanarci sempre di più dalla nostra verità. E continuiamo a restare bloccati nella stessa identica stagnazione: dentro, fuori, nelle relazioni, nelle scelte, nella vita.

Con la differenza che ora la stagnazione è dipinta di spiritualità.

Ed è ancora più pericolosa.

Reprimere non è consapevolezza. Reprimere è solo un altro modo per fuggire da sé stessi. E sì, nella vita può capitare che le cose “sfuggano di mano”. Fa parte del processo. Fa parte dell’umano. Cercare di essere impeccabili, sempre controllati, sempre composti, è l’ennesima maschera.

Soprattutto, ci sono tratti di noi stessi che non dobbiamo cercare di cambiare. Ci sono persone più pacate, persone più silenziose. E ci sono persone più accese, più dirette, più intense, più istintive. Nessuna di queste nature è sbagliata. Ognuna è una sfumatura dell’essere.

Il lavoro interiore non serve a renderti uguale a un modello ideale di “persona brava”. Serve a renderti vero dentro la tua natura. Non a snaturarti, ma ad essere pienamente ciò che sei.

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